GLOSSARIO su Piaghe da Decubito | Ulcere da pressione

Tutte le parole più diffuse, i termini più complessi e importanti per essere informati sul mondo delle piaghe da decubito, delle medicazioni e dei trattamenti piùù diffusi e innovativi.

 

Antisettico: prodotto per uso cutaneo o altre superfici tessutali che svolge un’attività antimicrobica; può danneggiare le cellule. 

Assessment: processo di valutazione.

Batteriemia: presenza di batteri vitali nel flusso sanguigno. 

Biofilm: dopo aver aderito ad una superficie, ad esempio ad una ferita, i batteri possono incapsularsi in una matrice gelatinosa, ovvero un biofilm. I biofilm possono contenere varie specie di batteri che sono così protetti nei confronti del sistema immunitario e dell’azione degli agenti antimicrobici. Sembra esservi una correlazione fra biofilm e mancata guarigione delle ulcere croniche, ma è necessario chiarire meglio gli effetti clinici esercitati dal biofilm. L’identificazione del biofilm richiede l’uso di tecniche sofisticate. 

Bordo: termine utilizzato come sinonimo di “margine”. Più propriamente, descrive la parete o il lato di una ferita di una certa profondità. 

  • Bordo introflesso (denominato anche epibole): mano a mano che le LdP a tutto spessore guariscono, l’epitelio tenta di avanzare. Tuttavia, senza uno strato di tessuto alla base, le cellule epiteliali non riescono a migrare e quindi il bordo si arrotola su se stesso. Il bordo appare anche in rilievo, pallido o più rosa rispetto al tessuto circostante. Indica che la guarigione è in stallo.
  • Bordo piano (o indistinto): viene osservato quando la LdP sta riepitelizzando. Il tessuto irregolare all’estremità della ferita appare come un bordo di tessuto pallido, non lucido/satinato.


Cellulite
: infiammazione del tessuto connettivo. L’infiammazione può essere attenuata o assente in soggetti immunocompromessi.

Colonizzazione: moltiplicazione dei batteri che però non causano danni alla ferita e/o all’organismo ospite. 

Colonizzazione critica: concetto sviluppato per distinguere i problemi di origine batterica che non sono però sempre accompagnati dai segni classici di infezione dalle infezioni conclamate, ma da segni più subdoli come la guarigione ritardata o bloccata. Tuttavia, il termine non è universalmente accettato, e non c’è unanimità sul significato e sulle implicazioni.

Contaminazione: presenza di batteri che non aumentano di numero né causano problemi clinici.

Cute perilesionale: area compresa entro 4 cm dai margini della ferita.

Debridement: vd. sbrigliamento

Detersione: lavaggio del letto della ferita e della cute perilesionale con soluzioni non antisettiche allo scopo di “rimuovere la sporcizia (materiale estraneo o detriti metabolici non aderenti)”. Le principali tecniche includono:

  • Tamponamento: consiste nella pulizia meccanica di una ferita mediante contatto diretto (sfregamento) con
    garze, spugnette, ecc, imbevute di soluzione fisiologica. È ritenuta una tecnica poco efficace per la riduzione della carica batterica e potenzialmente traumatica per il tessuto di granulazione.
  • Immersione: è una tecnica di detersione in cui la parte interessata viene immersa in un liquido. Ha il vantaggio di agire, oltre che sull’ulcera, anche sulla cute perilesionale. Per ovvie ragioni anatomiche, è utile soprattutto per le ulcere dell’arto inferiore.
  • Irrigazione: implica una forza idraulica generata dal flusso di un liquido. È considerata il metodo ottimale per detergere le lesioni cutanee. 

Disinfettante: prodotto finalizzato all’eliminazione della maggior parte o tutti i microrganismi patogeni sugli oggetti inanimati, ad eccezione delle spore batteriche. La disinfezione delle LdP non è né auspicabile né fattibile.

Dispositivo medico: “qualsiasi strumento, apparecchio, impianto, sostanza o altro prodotto, utilizzato da solo o in combinazione, destinato dal fabbricante ad essere impiegato nell’uomo a scopo di diagnosi, prevenzione, controllo, terapia o attenuazione di una malattia. In questo documento, si fa specificatamente riferimento a questi dispositivi medici di vario genere (che includono, ma non sono limitati a: maschera o occhiali per ossigenoterapia, saturimetro, tubo endotracheale, tavola spinare, collare cervicale, tutori, drenaggi, ago-cannula per accesso periferico, cateteri venosi centrali, sondino nasogastrico, cateteri vescicali, ecc) che, causando una prolungata pressione sui tessuti, possono dare esito ad una LdP.

Dolore procedurale: dolore derivante da una procedura di routine per la cura della ferita, ad esempio la rimozione e l’applicazione della medicazione, la detersione e/o lo sbrigliamento (per lo più meccanico o con taglienti) della ferita.

Epitelio: l’epitelizzazione è la rigenerazione dell’epidermide attraverso la superficie della ferita. Il processo di riepitelizzazione inizia quando i cheratinociti basali migrano dai margini della ferita, avanzando in modo centripeto fino a unirsi. Nelle LdP a spessore parziale il neoepitelio si sviluppa anche sottoforma di isole all’interno del letto della LdP stessa. Il nuovo tessuto appare di colore più chiaro rispetto alla normale pigmentazione (spesso è rosa chiaro). Quando una ferita è riepitelizzata, inizialmente lo strato epidermico ha uno spessore di pochi strati di cellule e il nuovo tessuto appare traslucido. Questo neoepitelio è vulnerabile ai danni causati dalle forze meccaniche, essiccamento ecc.

Escara: è costituita da tessuto devitalizzato; nello specifico, si tratta di tessuto di granulazione essiccato, cute, tessuto adiposo o tendine o muscolo non più vitali. L’escara è di color nero o marrone, e prende il colore dall’emoglobina presente nei tessuti.

  • Escara stabile: escara integra, di color nero e marrone, circondata da tessuti che non sono induriti, fluttuanti (liquido in movimento sotto il tessuto), crepitanti (tessuto che emette un crepitio alla palpazione), dolenti, o drenanti, ma è secca, dura e coriacea. L’escara stabile è riscontrata più comunemente sui talloni, negli arti ischemici o su altre prominenze ossee della gamba. La pratica attualmente avallata è di lasciare intatta l’escara: le ragioni alla base di questa pratica sono che la rimozione dell’escara aumenta il rischio di infezione negli arti ischemici perché c’è un’insufficiente (o assente) perfusione sanguigna per fornire ossigeno, nutrienti o farmaci (es., antibiotici) alla ferita aperta. 

  • Escara instabile: è un tessuto in fase di ‘ammorbidimento’ dovuto alla produzione di enzimi proteolitici endogeni o ad un aumento di enzimi proteolitici prodotti dai batteri nei tessuti. L’escara instabile al tatto appare spugnosa, viscida, con emissione di secrezione purulenta; a livello perilesionale si rileva edema, eritema, calore, senso di tensione e/o dolore. L’escara instabile aumenta il rischio di infezione sistemica, sepsi, e amputazione. L’infiammazione potrebbe anche indicare la presenza di gangrena umida e deve essere prontamente valutata da un medico o chirurgo. L’escara instabile non deve essere confusa con una escara deliberatamente ammorbidita attraverso l’uso di enzimi o di idrogel.


Essudato: liquido prodotto da una ferita.

Essudato assente: nell’arco delle 24 ore, i tessuti della ferita sono asciutti o lievemente umidi.
Essudato basso: nell’arco delle 24 ore, i tessuti sono umidi; l’essudato coinvolge • il 25% della medicazione.
Essudato medio: nell’arco delle 24 ore, i tessuti sono saturati; l’essudato coinvolge più del 25% e meno del 75% della medicazione.
Essudato alto: nell’arco delle 24 ore, i tessuti sono imbibiti dall’essudato; l’essudato coinvolge più del 75% della medicazione.

Fascite necrotizzante: infezione che generalmente coinvolge il tessuto sottocutaneo e la fascia e che ne provoca la necrosi.

Fibrina: termine utilizzato impropriamente come sinonimo di “slough”. Indica una sostanza appiccicosa che agisce normalmente come collante nella ricostruzione dei tessuti. Tuttavia se la ferita è troppo asciutta o ha difficoltà nella guarigione, la fibrina si accumula a formare una patina che non è possibile rimuovere tramite detersione e deve essere sbrigliata.

Fistola: anormale connessione che si verifica in due distretti corporei; può essere una comunicazione tra due visceri o tra un viscere e la cute. In questo caso si parlerà di fistola entero-cutanea.

Fondo della ferita: denominato anche “base”, o “letto”, o “pavimento” della ferita.

Guarigione: processo dinamico durante il quale viene ripristinata l’integrità anatomica e funzionale.

  • Guarigione per prima intenzione: la ferita presenta margini approssimabili, con scarsa o assente distanza fra loro, e sono fissati con mezzi di sintesi come sutura, cerottini adesivi, graffette, colla cutanea ecc.

  • Guarigione per seconda intenzione: la ferita presenta una perdita di sostanza tale da rendere i margini non approssimabili. La ferita ripara attraverso la formazione di tessuto di granulazione e, successivamente, alla riepitelizzazione della superficie.

  • Guarigione per terza intenzione: denominata anche “primaria ritardata. È indicata nel caso in cui la ferita presenta un alto livello di contaminazione che rende preferibile ritardarne la chiusura con mezzi di sintesi fino a quanto la carica batterica è sotto controllo.

Infermiere Esperto/Specialista in lesioni cutanee (wound care): infermiere in possesso del titolo di master e/o con formazione specifica condotta nell’azienda sanitaria di appartenenza. 

Infezione: moltiplicazione dei batteri che causano compromissione della guarigione e danneggiano i tessuti della ferita (infezione locale). I batteri possono invadere l’area adiacente alla ferita (propagazione dell’infezione) oppure entrare in circolo e causare danni all’organismo-ospite (infezione sistemica).

Lesioni da stripping: danno all’epidermide conseguente all’azione di rimozione di cerotti o medicazioni adesive che possono provocare anche la denudazione della cute.

Margine: termine utilizzato come sinonimo di “bordo”. Più propriamente, descrive l’estremità di una ferita poco profonda.

Medicazione: presidio progettato per proteggere e trattare una ferita.
Medicazione primaria: presidio progettato per essere posto a contatto diretto con il letto della ferita.

  • Medicazione secondaria: è intesa come medicazione di fissaggio o che va a supportare, integrare o completare l’azione della medicazione primaria.
    Medicazioni attive: medicazioni che regolano la guarigione delle ferite per mezzo di componenti fisiologicamente attivi che agiscono ad un livello biochimico nel letto dell’ulcera, influenzando la crescita delle cellule o correggendo deficit chimici (es., fattori di crescita, collagene, acido ialuronico), oppure prodotti che replicano uno strato (o più strati) della cute umana (es., innesti cutanei, prodotti di bioingegneria tessutale).

  • Medicazione avanzata: vd. medicazioni interattive.
    Medicazioni interattive (o avanzate): medicazioni che regolano la guarigione delle ferite attraverso semplici mezzi fisico-chimici, in genere mediante il controllo dei livelli di umidità. Osservano il principio di ‘ambiente umido’, in cui il punto centrale è creare/mantenere microclima fisiologico (giusto livello di umidità, temperatura, pH ecc).

  • Medicazioni passive: medicazioni che non modificano il loro stato fisico o non interagiscono con la fisiologia della ferita. Servono solo come barriere inerti senza funzione di regolamentazione dell’umidità, sebbene siano in grado di assorbire l’essudato. Includono garze in cotone e in TNT, garze impregnate (con emulsioni, antisettici o altri principi attivi). Queste medicazioni soddisfano un limitato numero dei requisiti di una medicazione ideale.

MVTR: Moisture Vapor Transfer Rate, ossia tasso di trasmissione del vapore acqueo. È misurato secondo il rapporto gr/m²/24 ore.

Necrosi: vd. Escara

Occlusività: capacità di una medicazione di ridurre la cessione di umidità dalla superficie di una ferita all’ambiente esterno in quantità sufficiente da evitare la formazione della crosta. È misurata sulla base della quantità di vapor acqueo che la medicazione rilascia (vd. MVTR).

Odore: “La sensazione specifica dell’organo dell’olfatto, diversa a seconda delle sostanze da cui è provocata”. Una ferita viene definita maleodorante quando è offensiva e avvertita come tale da parte del paziente, caregiver o professionista sanitario.

Osteomielite: processo di natura infettiva a carico del tessuto osseo (osteite) e/o del midollo osseo.

Prodotto barriera: si intende un prodotto in grado di isolare la cute dalle sostanze dannose o irritanti, nonché da un eccesso di umidità, dovuta a essudato, urine e/o feci ecc. A questa categoria NON appartengono prodotti a base di sulfadiazina d’argento (es., Sofargen), antibiotici topici associati o meno a cortisonici (es., Gentalyn beta), antisettici e antimicotici topici che non devono essere utilizzati.

Saturazione della medicazione: limite massimo di assorbimento della medicazione.

Sbrigliamento (o debridement): l’atto di rimuovere materiale necrotico, escara, tessuti devitalizzati, tessuti sierocrostosi, tessuti infetti, ipercheratosi, slough, pus, ematoma, corpi estranei, detriti, frammenti ossei o qualsiasi altro tipo di bioburden [carica biologica] da una ferita con l‘obiettivo di promuoverne la guarigione. Il debridement non comprende la revisione di una ferita, la resezione di tessuto funzionale o l‘amputazione. Deve essere chiaramente distinto dall‘atto della detersione.

  • Sbrigliamento autolitico: processo fisiologico che può essere supportato da una strategia di gestione in ambiente umido. È una tecnica selettiva che agisce in virtù degli enzimi endogeni del paziente e dell’attivazione dei fagociti.

  • Sbrigliamento chirurgico: procedura eseguita in anestesia generale che implica la rimozione del tessuto devitalizzato mediante vari strumenti chirurgici. È eseguita da un chirurgo in una sede dedicata come la sala operatoria. È una procedura più invasiva dello s. con taglienti (vd.).

  • Sbrigliamento enzimatico: si basa sull’applicazione di enzimi proteolitici esogeni, in gel o in unguento, che agiscono in sinergia con quelli endogeni al fine di idrolizzare i legami peptidici e facilitare la rimozione del tessuto non vitale.

  • Sbrigliamento meccanico: rimuove fisicamente il tessuto non vitale dal letto della ferita. Implica l’uso di medicazioni a base di garze asciutte, garze bagnato-asciutte, medicazioni in fibre monofilamento.

  • Sbrigliamento con taglienti: procedura eseguita al letto del paziente o in ambulatorio che implica la rimozione di tessuto devitalizzato tramite bisturi o forbici.

Slough: anche se lo slough è solitamente descritto come un tipo di tessuto necrotico, in realtà non è un tessuto fisico ma un sottoprodotto infiammatorio. Nello specifico, si tratta di un mix di proteine sieriche (fibrina, albumina, immunoglobuline) e proteine della matrice (collagene) denaturate. Lo slough può avere l’aspetto di una massa filamentosa, mollemente o saldamente adesa alla ferita. Mano a mano che ‘invecchia’, tende ad ispessirsi in una patina compatta. Frequentemente ospita batteri e biofilm. A seconda dei batteri che contiene, lo slough può assumere diverse colorazioni. Lo slough di colore biancastro indica che la colonizzazione batterica è scarsa; quello di color giallo o verdognolo indica una carica batterica più alta. Lo slough è osservabile nelle LdP di categoria/stadio 3 o 4, ed indica una ferita a tutto spessore: tuttavia se esso oscura il letto dell’ulcera quest’ultima non può essere stadiata. Le LdP di categoria/stadio 2 non generano una risposta infiammatoria sufficiente a produrre slough. Lo slough può essere confuso con normali tessuti anatomici come legamenti, fascia muscolare, tendini, capsule articolari ecc. 

Skin tear: “Una skin tear è una ferita causata dall’azione di forze di taglio, frizione e/o forze contundenti, con conseguente separazione degli strati della cute. Una skin tear può essere a spessore parziale (separazione dell’epidermide dal derma) o a tutto spessore (separazione di epidermide e derma dalle strutture sottostanti)”.

Sottominatura: perdita di contiguità del tessuto del bordo che crea una rima o una sporgenza del tessuto. L’estensione di una LdP sottominata in superficie è inferiore rispetto a quella della sua base. La sottominatura è descritta utilizzando il sistema ad orologio.

Tampone quantitativo: coltiva ed identifica i batteri e quantifica il numero delle unità formanti le colonie (CFU) (batteri) per grammo di tessuto o mm3 di pus.

Tampone semi-quantitativo: coltiva ed identifica i batteri, ma fornisce dati limitati sulla loro quantità. Il campione prelevato viene inoculato su un terreno solido e strisciato in 4 quadranti. La crescita viene segnalata come lieve, moderata o forte a seconda del numero di quadranti occupati.

Tecnica di Levine: detergere la ferita con soluzione fisiologica e asciugare con garze sterili. Non effettuare il prelievo su essudato, pus, escara, slough/fibrina ispessita, ma su tessuto di granulazione. Ruotare l’estremità dell’applicatore sterile con punta in alginato su un’area di 1 cm 2 per almeno 5 secondi. Imprimere una pressione sufficiente con il tampone da far rilasciare l’essudato dall’interno dei tessuti della ferita. Utilizzare una tecnica sterile per spezzare la punta del tampone nel dispositivo di raccolta per colture quantitative.

Tecnica pulita: comporta strategie utilizzate nella cura del paziente allo scopo di ridurre il numero complessivo di microrganismi o di prevenire o ridurre il rischio di trasmissione di microrganismi da una persona ad un’altra o da un luogo all’altro. La tecnica pulita prevede il lavaggio meticoloso delle mani, il mantenimento di un ambiente pulito attraverso la preparazione di un campo pulito, l’uso di guanti puliti e strumenti sterili, e evitando la contaminazione diretta di materiali. La tecnica pulita è ritenuta più appropriata nei setting di cure a lungo termine (es., RSA), in ambito di assistenza domiciliare, e in alcuni setting ambulatoriali; per i pazienti che non sono ad alto rischio di infezione; e per i pazienti gestiti di routine con medicazioni per ulcere croniche, come ulcere venose, o ferite che guariscono per
seconda intenzione tramite tessuto di granulazione.

Tecnica sterile: comporta strategie utilizzate nella cura del paziente allo scopo di ridurre l’esposizione ai microrganismi e mantenere oggetti e aree liberi da microrganismi per quanto possibile. La tecnica sterile prevede il lavaggio meticoloso delle mani, l’uso di un campo sterile, l’uso di guanti sterili per l’applicazione di una medicazione sterile, e l’uso di strumenti sterili. La tecnica sterile è ritenuta più appropriata nel setting ospedaliero, per i pazienti ad alto rischio di infezione, e per alcune procedure, come lo sbrigliamento con strumenti taglienti/chirurgico.

Tessuto di granulazione: il tessuto di granulazione sano è umido, lucido, di color rosso carne, e dall’aspetto a bottoncini. Il tessuto di granulazione è costituito da nuovi capillari, matrice, fibroblasti e collagene. Esso fornisce il ‘pavimento’ occorrente per promuovere la guarigione dai margini di una LdP a tutto spessore. Mano a mano che una lesione procede nella guarigione, uno strato di epitelio andrà a ricoprire il tessuto di granulazione. Quando è sottoposto a una pressione eccessiva, il tessuto di granulazione si scurisce. In assenza di un adeguato flusso di sangue diventa pallido.

TIME: acronimo coniato utilizzando le iniziali delle quattro componenti considerate dalla preparazione del letto della ferita (wound bed preparation), ossia T = Tessuto non vitale o carente; I = Infezione o infiammazione; M= Macerazione o secchezza (livello non equilibrato di umidità); E = Epidermide (Margini non proliferativi o sottominati).

Trattamento locale: è costituito da detersione, eventuale debridement, e applicazione della medicazione.

Wound care palliativo: “Approccio olistico e integrato che comprende e coniuga la gestione dei sintomi correlati alla ferita e il miglioramento del benessere psicosociale, mediante l’adozione di un approccio multidisciplinare, al fine di indirizzare obiettivi incentrati sul paziente/familiari”. Esso “agisce in congiunzione con trattamenti curativi” ed “è molto di più della mera gestione di dolore, essudato o odore”.